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GLI ESERCIZI DI BIOENERGETICA: UNA VIA CONTRO LO STRESS

GLI ESERCIZI DI BIOENERGETICA: UNA VIA CONTRO LO STRESS

Ogni tensione muscolare, sia essa cronica (parte cioè della nostra armatura fisica e caratteriale), oppure generata da uno stress temporaneo di qualsiasi genere e gravità, è un “buco” nella nostra capacità di sentire il nostro corpo.

Ci impedisce, quindi, di percepire bene noi stessi.

Nella contrazione, infatti, rimane trattenuta l’energia dell’emozione “pericolosa” che ci siamo negati.

Di conseguenza, non solo non siamo più in grado di agirla (piangendo, urlando, ridendo, pestando i piedi) ma non siamo neppure più capaci di sentirla.

Non sappiamo se siamo tristi o arrabbiati, bisognosi di affetto o ci sentiamo umiliati.

Ogni tensione muscolare è un vero e proprio vuoto nel nostro senso di identità.

L’Analisi e gli Esercizi di Bioenergetica come strumento terapeutico

Il corpo di ogni persona può essere rappresentato come una “mappa dei buchi d’identità” che lo caratterizzano. Si tratta di una mappa, cioè, delle parti bloccate, insensibili e tagliate fuori dalla percezione.

Quando questo succede, le persone, private di una percezione reale della propria realtà, tenderanno a privilegiare l’identificazione con un’immagine ideale di sé. Essa sarà costruita sulla base di “ideali dell’Io” e “illusioni dell’Io”.

Specifici ideali e illusioni caratterizzano ogni tipo caratteriale.

L’analisi bioenergetica ha proprio l’obiettivo di portare le persone a disidentificarsi con la propria immagine ideale, o narcisistica, e a ricongiungersi con la propria realtà fisica ed emotiva.

Per farlo, l’analisi bioenergetica abbina allo strumento verbale, tipico delle altre terapie, uno strumento che le è peculiare: l’esercizio corporeo.

Gli esercizi, infatti, sciogliendo le tensioni e i blocchi muscolari, consentono alle persone di evocare e rivivere le emozioni che in quelle tensioni e in quei blocchi erano custodite. Quando le emozioni rimosse riemergono alla consapevolezza, vengono elaborate analiticamente con il terapeuta, e via via sono reintegrate nel senso di identità delle persone.

Le classi di bioenergetica

Accanto alle terapie individuali e di gruppo, la bioenergetica ha messo a punto un’altra “formula”: le classi di esercizi. Le classi sono gruppi di persone che, con la guida e l’aiuto di un conduttore, eseguono specifici esercizi volti a sciogliere tensioni e blocchi muscolari nelle diverse aree del corpo. Si tratta di contrazioni generate da stress temporanei ma anche blocchi cronici, inscritti nell’armatura caratteriale. Quando, attraverso gli esercizi il corpo si libera dalle tensioni, l’energia intrappolata nei muscoli contratti riprende a circolare, e le persone possono rientrare in contatto con quelle parti di sé che si erano chiuse alla loro percezione.

Nonostante l’investimento corporeo ed emotivo sia a volte molto elevato, le classi non sono gruppi terapeutici, perché non prevedono un momento di elaborazione analitica dei vissuti emotivi con il conduttore. Ciò non significa che i partecipanti siano abbandonati a loro stessi e alle loro emozioni: se, per esempio, una persona piange, il conduttore di solito le si avvicina e la invita a respirare profondamente. Non entra, però, nel merito delle ragioni del pianto. Il conduttore, che propone gli esercizi e vigila sui processi in atto, è insomma una presenza che garantisce contenimento al gruppo. Garantisce, inoltre, sostegno alle singole persone che si trovino a vivere emozioni che da sole non riuscirebbero ad arginare.

Contrazione ed espansione

Ogni classe (che dura un’ora e mezza circa e ha cadenza settimanale) si articola in una sequenza di esercizi. Ogni esercizio si sviluppa secondo un ciclo di “contrazione” ed espansione, che è il ciclo naturale dell’energia. Nella fase di “contrazione” il muscolo (o il gruppo di muscoli) su cui si sta lavorando viene sottoposto a tensione. Quest’aumento di tensione, provocato volontariamente, è, in qualche modo, una cura di tipo omeopatico: sovrapponendo tensione (volontaria) a tensione (involontaria e preesistente) il corpo viene stimolato a reagire, rilasciando e liberando lo stress contenuto in quell’area. La liberazione della carica avviene tramite movimenti vibratori. In genere essi si sviluppano involontariamente quando i muscoli raggiungono la tensione limite, ma può essere resa più immediata da un movimento espressivo. Per esempio, si può svolgere un movimento per i polpacci: se costretti con opportuni esercizi a tendersi e caricarsi, a un certo punto iniziano spontaneamente a vibrare. Questo processo naturale può essere rafforzato invitando le persone a scalciare, o a battere i piedi per terra. Dopo la scarica, l’organismo può finalmente rilassarsi: scarica e rilassamento coincidono con il momento dell’espansione.

La tensione muscolare accumulata in risposta alle situazioni ambientali e sociali quotidiane può essere paragonata a un’automobile che, bloccata in mezzo alla strada, impedisce il normale fluire del traffico: a poco a poco la circolazione ne risente, non solo in quella strada, ma in tutta la zona, e alla fine nell’intera città. Se si riesce a far ripartire l’auto, la circolazione riprende invece a fluire regolarmente. Così succede all’interno delle persone. Un blocco muscolare impedisce il normale fluire di energia metabolica (sangue e respiro) non solo nell’area interessata al blocco, ma in varia misura in tutto l’organismo. Quando si consente alla tensione muscolare di scaricarsi, e quindi ai muscoli di rilassarsi, tutti i fluidi vitali riprendono a circolare liberamente. Il risultato è quello di rimettere le persone in contatto con il loro corpo e le loro emozioni. Nelle parti in cui non scorre energia, infatti, non si percepisce il proprio corpo, e non si percepiscono nemmeno le emozioni lì trattenute.
Mano a mano che in una classe si lavora secondo questo ciclo energetico di tensione-carica-scarica-rilassamento, l’energia delle persone tende a salire. Nonostante gli esercizi siano spesso faticosi, alla fine le persone si sentono meglio, perché la loro energia, non è più intrappolata nelle tensioni corporee ma fluisce liberamente. Questa liberazione dalle tensioni, è una liberazione dallo stress. La parola Stress, infatti, in inglese significa appunto tensione e deriva dal latino strictus, cioè costretto.

Le classi di esercizi sono infatti, in primo luogo, un efficace metodo anti-stress.

Il grounding

Avere grounding vuol dire avere i piedi sulla terra. Il contatto con il terreno può essere sentito in modo più o meno profondo, a seconda delle persone e, nella stessa persona, da un momento all’altro della sua vita. Ma avere grounding, in un senso più ampio, vuol dire anche essere in contatto con il proprio corpo.

Questo ‘radicamento’ permette di essere in contatto con la verità della propria esistenza, anziché vivere “tra le nuvole”, soltanto nella propria testa e nei propri pensieri.

Ogni classe di Bioenergetica prende il via da un esercizio di grounding.

Ma il grounding, nel suo senso più esteso, è l’obiettivo stesso della bioenergetica. Un corso di esercizi di Bioenergetica potrebbe infatti essere definito come un processo di progressivo radicamento nella realtà della propria natura. Il corpo, insomma, diventa uno strumento di consapevolezza per arrivare al centro di sé.
Negli esercizi di grounding, le persone si lasciano ‘scendere’ sulle gambe e abbassano il proprio centro di gravità. Nel nostro corpo, la metà inferiore è molto più simile, nelle sue funzioni, a quella di un animale (locomozione, secrezione, sessualità). La metà superiore, invece, è sede delle facoltà più intellettuali (pensiero, linguaggio e manipolazione dell’ambiente). Quasi tutte le filosofie orientali riconoscono l’importanza di avere il proprio centro (“hara”) nel basso ventre. Diversamente, gli occidentali sono di solito centrati nella parte superiore del corpo, soprattutto nella testa. Ma la mancanza di contatto con la madre terra e con il ventre, che è letteralmente la sede della vita, produce insicurezza e angoscia.

Un esercizio di Grounding

Nella posizione base del grounding, le persone sono in piedi, con le gambe distanti tra loro quanto le ossa del bacino, i piedi paralleli e le ginocchia leggermente flesse. Le ginocchia sono infatti degli ammortizzatori: se fossero rigide non lascerebbero scorrere l’energia e non assorbirebbero il peso del nostro corpo. Esso verrebbe così intrappolato nel fondo schiena con conseguenti disturbi nella zona lombosacrale. A partire da questa posizione, si piegano e si raddrizzano leggermente le ginocchia, senza mai distenderle completamente e si sintonizza questo movimento con il respiro. Il ventre è in fuori, perché la pancia risucchiata in dentro rende impossibile una corretta respirazione.

La respirazione

Una buona e profonda respirazione è uno degli strumenti indispensabili in bioenergetica: è attraverso la respirazione, infatti, che riceviamo l’ossigeno indispensabile per alimentare i nostri processi metabolici, che a loro volta ci forniscono l’energia di cui abbiamo bisogno. Non si tratta di imparare a respirare come un mantice: al contrario, si tratta di re-imparare a lasciarsi respirare naturalmente, come fanno i neonati e come da adulti non sappiamo più fare. Una respirazione sana è un’azione di tutto il corpo. L’inspirazione è come un’onda che ha inizio nella parte profonda del bacino e scorre verso l’alto fino alla bocca, mentre le grandi cavità si espandono per lasciar entrare l’aria. Spesso però, poiché abbiamo la pancia, il torace o la gola contratti, non possiamo respirare bene.

Nel corso delle classi di esercizi, accade spesso che queste tensioni, acuite dall’aumento dell’energia in circolazione nel corpo, si liberino attraverso il pianto.

Come ci insegnano i neonati, infatti, il pianto e i singhiozzi sono sistemi molto efficaci per sciogliere la gola e il bacino quando la tensione diventa insopportabile.

Il suono

Molti di noi, da bambini, sono stati inibiti nell’uso della propria voce. “Non piangere! Non urlare! Parla piano! Non ridere!” sono frasi che abbiamo sentito molte volte e che potrebbero averci impedito, nel tempo, di emettere liberamente i nostri suoni.

Fare per sentire

Non c’è classe che non comprenda esercizi di grounding, e in cui i partecipanti non siano invitati a lasciarsi respirare e a lasciar uscire i loro suoni. Ma, sulla base di queste costanti, ogni classe si sviluppa in modo originale, secondo sequenze di esercizi mirate di volta in volta a sciogliere armatura e contrazioni in determinate aree del corpo. A differenza di quanto avviene nella ginnastica, però, il fine non è mai quello di eseguire “bene” l’esercizio o di dare una perfetta prestazione. Bensì, il fine è quello di sentire le sensazioni e le emozioni che via via si sviluppano nel corpo, e di imparare a convivere con esse. Accogliendo la gioia e l’amore ma anche la rabbia e il dolore, se e quando è necessario. Frequentare le classi, dunque, significa porsi nelle condizioni di ricevere dal proprio corpo una serie di informazioni su di sé e di sperimentare vissuti emozionali capaci di indurre cambiamenti importanti nel proprio modo di essere.

Una struttura di autoregolazione

Si potrebbe obiettare che, poiché le persone mettono in atto manovre di contrazione muscolare proprio per proteggersi dall’emergere di quelle emozioni, il loro riaffiorare alla coscienza potrebbe riportarle al punto di partenza, innescando un nuovo identico meccanismo di tensione e difesa. Ma non è così. In primo luogo perché, spesso, si tratta di contrazioni croniche, la cui origine risale alla prima infanzia. E’ dunque molto probabile che, ora, da individui adulti, le persone siano in grado di accettare e integrare emozioni che il loro Io bambino non era in grado sostenere. Però, spesso le persone non si sono mai date l’occasione di sperimentarlo, proprio perché questo è uno dei meccanismi dell’armatura: indurre le persone a credere che le proprie modalità caratteriali siano le uniche possibili, “senza via di uscita”. In secondo luogo, perché una classe è un luogo protetto e sicuro, dove il conduttore accoglie le emozioni dei partecipanti e, accettandole, dà loro il sostegno necessario per accettarle loro stessi, e sentire che sono in grado di convivere con esse. Il che non significa che il conduttore inciti le persone a farsi travolgere dalle loro emozioni, perché essere travolti da un’emozione non aiuta l’evoluzione personale, ma è un’esperienza che induce a rinforzare le proprie chiusure. Al contrario, ciò che avviene in una classe di esercizi è che i partecipanti imparano a creare, proprio con l’energia e la consapevolezza di cui rientrano via via in possesso, una struttura di autoregolazione. Non si tratta di una struttura di autorepressione, ma una struttura di autocontenimento. E’ una struttura psico-fisica che, rinforzandoci nel nostro senso di identità, ci consente di lasciarci andare, di arrenderci ai nostri sentimenti e alle nostre emozioni, senza paura di esserne sopraffatti. Entrare in contatto con le proprie emozioni, darsi la possibilità si sentirle e agirle, è molto diverso che esserne travolti.

Ricominciare a vivere

Mano a mano che questa struttura diventa più solida, crescono il numero, la qualità e l’intensità delle emozioni che possiamo permetterci di vivere, proprio perché sappiamo di poterle contenere. È un percorso circolare: più energia e più emozione » più struttura di autoregolazione » più energia e più emozione consentiti.
Quindi, se nell’immediato gli esercizi di bioenergetica sono soprattutto un modo per combattere lo stress quotidiano, nel lungo periodo divengono uno strumento per riannodare i fili spezzati della nostra evoluzione. Ci permettono di reintegrare nel nostro senso di identità le sensazioni e le emozioni da cui gli eventi della vita ci avevano costretti a prendere le distanze. In un certo senso, una classe di esercizi è come una famiglia ideale, al cui interno le persone possono rinascere e ricominciare a crescere. Questa volta non ci saranno sentimenti proibiti, né minacce, né punizioni.

Rimanere in ascolto

Proviamo a immaginare l’inizio di una classe. Le persone sono in piedi, con le ginocchia leggermente flesse, il centro di gravità spostato verso il bacino, gli occhi chiusi: è la posizione base del grounding. Il conduttore, di solito, chiede loro di sentire il contatto con il terreno, di respirare liberamente e di rimanere in ascolto del proprio corpo. Il corpo è un grande contenitore di informazioni, ma molto spesso siamo distratti da altro, e non ci è facile indirizzare lì la nostra attenzione. Per farlo, bisogna abbandonare i propri pensieri volontari (del tipo “devo ricordarmi di pagare la bolletta”), sottraendo così alla testa quel ruolo egemonico, e un po’ tirannico, che detiene nella cultura occidentale. A poco a poco, con il cervello messo a tacere, il corpo inizia a dirci alcune cose su di noi: sentiamo per esempio la tensione delle spalle, o l’instabilità delle gambe, o l’affanno del respiro. In questa presa di contatto con noi stessi possiamo riconoscerci (“i soliti piedi freddi”) oppure sorprenderci (“mi sento stranamente vibrante”) e imparare così che possiamo essere in un modo oppure in un altro.
A questo punto può accadere che il conduttore chieda a ciascuno dei presenti di esprimere ad alta voce, con una frase, la sensazione preponderante che gli proviene dall’ascolto del proprio corpo, identificandosi con essa. Per esempio: “sono la rabbia nelle mie spalle” o “sono l’ansia del mio respiro”. È un esercizio molto potente, che ancora una volta induce le persone a identificarsi con la propria identità corporea, piuttosto che con la propria immagine mentale.

Mobilizzazione

Terminata questa fase di contatto con se stessi e di ascolto si entra di solito di un lavoro di mobilizzazione di una zona del corpo, per esempio le braccia. Il conduttore propone degli esercizi volti ad aumentarne o scaricarne la tensione. Possono essere esercizi da eseguire da soli, o esercizi da fare in coppia. In quest’ultimo caso, l’aumento della tensione nelle braccia, e quindi della carica di aggressività in esse contenuta, trova una persona reale con cui esprimersi e confrontarsi. A questo “altro” possiamo attribuire qualsiasi volto, ma anche nessun volto, oppure il volto della nostra angoscia. Rimanendo presenti nelle nostre braccia possiamo entrare in contatto con la nostra aggressività, consentendoci di accettarla e reintegrarla come parte di noi. A un certo punto di questo lavoro di carica le braccia inizieranno a vibrare, e questo processo naturale di scarica della tensione può essere sostenuto da movimenti espressivi, come vibrar pugni nell’aria o sgomitare gridando “via!”.
Come la mobilizzazione delle braccia ha soprattutto l’obiettivo di rimettere le persone in contatto con la loro autoassertività e aggressività, così esistono sequenze di esercizi mirate a risvegliare ogni altra parte del corpo e tutte le emozioni in essa dimenticate. Lì trovano spazio l’amore imprigionato nel petto come la paura cristallizzata nello sguardo. Procedendo nel lavoro, mentre affinano la loro capacità di ascolto e si rinsaldano nel loro equilibrio, le persone ricompongono a poco a poco la loro interezza, ricucendo le parti di sé che erano state costrette a tagliar fuori.

Il risveglio


Di norma, le classi terminano con esercizi di rilassamento. In questa fase, il nostro centro di identità si è spostato dalla testa, dove risiede abitualmente, a tutto il corpo. È uno stato di “diffusione” in cui l’energia, messa in moto dagli esercizi precedenti, fluisce senza ostacoli: idealmente, si è azzerata ogni tensione.
La scomparsa delle tensioni, per quanto in realtà solo parziale, è qualcosa che ci avvicina alla condizione del nostro essere originario, a un “paradiso perduto” in cui, non esistendo la paura e la colpa, non eravamo ancora stati costretti a costruire armatura. L’invito di Gesù a “tornare fanciulli” per ottenere il “regno dei cieli” sembra esprimere metaforicamente questa stessa idea. È questo il momento della classe in cui il rilassamento può sconfinare e confondersi con la meditazione. Dove per “meditazione” non si intende un imprecisato stato mistico, appannaggio solo dei santoni indiani, o uno stato alterato di coscienza. Al contrario, gli stati alterati di coscienza sono quelli in cui viviamo normalmente, travolti da necessità meramente egoiche, bisogni indotti, eccessiva informazione, stimoli fastidiosi. La meditazione a cui i partecipanti a una classe di esercizi possono accedere è un “vedere dentro”, uno spostare l’attenzione, la ricettività e la sensibilità verso il centro di sé. È tutt’altro che una comprensione intellettuale: anzi è il recupero di una consapevolezza intuitiva, fondamentale e dimenticata, un conoscere, o meglio, un riconoscere, che è al tempo stesso un essere. E l’illuminazione, il risveglio, avviene proprio nel momento in cui, entrando dentro se stesse come testimoni imparziali, che prendono nota delle emozioni senza giudicarle, le persone riescono, anche se solo per pochi istanti, ad avere una visione nitida della propria realtà.

(Contributo di Monique Mizrahil)