IL CIBO COME SOSTITUTO D’AFFETTO: L’EATING EMOZIONALE

Dopo una giornata di lavoro stressante, dopo un litigio con il partner, dopo una giornata storta. Oppure dopo un errore, una delusione, per calmare la rabbia, per non sentire la solitudine.
Usare il cibo come “riempitivo” di un vuoto e una mancanza è un esperienza che tutti abbiamo provato almeno una volta nella vita. Ma se questo comportamento diventa un’abitudine può avere risvolti disfunzionali sul corpo e sulla psiche.
Quello di cui si parla è il cosiddetto “eating emozionale”, tradotto liberamente in italiano con “fame nervosa”: si tratta dell’abitudine ad assumere cibo svincolato dallo stimolo della fame ma legato invece a contenuti emotivi.
Rabbia, ansia, tristezza, solitudine vengono così modulate attraverso il cibo: questo accade perché il cibo sazia lo stomaco dando un piacevole senso di soddisfazione e stimola la produzione di endorfine che rilassano temporaneamente i muscoli e di conseguenza la mente.
Ma ciò che ha fatto scaturire l’abbuffata non viene riconosciuto e quindi non può essere affrontato.
Il cibo viene usato così come sostitutivo del piacere e della gioia e inconsciamente personificato come fosse un compagnia confortante e rassicurante.
Oltre ai risvolti negativi sulla salute fisica e all’aumento incontrollato di peso, la fame nervosa crea un circolo vizioso a livello psicologico che alla lunga intacca l’autostima e la sicurezza di sé.
Un suggerimento pratico?
Tenere un diario in cui segnare tutte le volte che avvengono episodi di fame nervosa può essere molto utile. Quando capita, è bene scrivere i pensieri e l’emozione prevalente durante l’abbuffata; poi pensare se nella giornata è avvenuto qualche cosa che ha turbato e ha fatto provare la stessa emozione. Con l’esercizio si può arrivare a controllare meglio le crisi e riconoscere le emozioni senza affogarle nel cibo.

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